La sfida della rieducazione di un sex offender

Per parafilie si intendono tutti quei comportamenti sessuali atipici per i quali il soggetto sente una forte e persistente eccitazione erotico-sessuale. Il DSM 5 ha introdotto un’importante distinzione fra parafilia e disturbo parafilico, che si connota come disagio o compromissione dell’individuo, o una parafilia la cui soddisfazione implica un danno personale, o rischio di danno, per gli altri[1]. Risulta quindi necessario effettuare alcune riflessioni sulle conseguenze della messa in atto di fantasie o pulsioni sessuali che sul piano pratico acquistano, o potrebbero acquistare valore di reato secondo il nostro ordinamento. Con la legge n°66 del 15/02/1996, i reati sessuali vengono inseriti nel Titolo XII del Codice Penale come “Delitti contro la persona”, in particolare con l’art. 609 bis dove troviamo la “Violenza sessuale”. L’art. 609 bis recita “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:

1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;

2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.

Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi.

Gli artt. 609-bis e seguenti del codice penale non puniscono esclusivamente lo stupro inteso come congiunzione carnale non consensuale, ma qualsiasi costrizione a compiere o subire atti sessuali. I reati a sfondo sessuale, che si tratti di violenza sessuale singola o di gruppo e ancor più grave, ai danni di minorenni, suscitano allarme sociale, in misura maggiore quando le vittime sono fragili e psicologicamente più deboli. Le analisi statistiche emerse negli ultimi tempi hanno, per esempio, evidenziato, come gli abusi sui minori avvengono, nella maggior parte dei casi, all’interno del contesto e delle relazioni familiari, dove il ruolo gerarchico dell’adulto nei confronti del minore, determina una sudditanza psicologica che si trasforma in trauma e mette in atto, nella psiche del minore abusato, dinamiche relazionali disfunzionali. Emergono, quindi, due importanti considerazioni: la prima riguarda la prevenzione degli abusi sessuali familiari, la necessità di intervenire all’interno della famiglia, riconoscendo i primi segnali di abuso; la seconda intervenendo sul piano rieducativo e trattamentale durante la fase esecutiva della pena.

Con la legge n. 77 del 27 Giugno 2013, è stata approvata la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa, per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e in generale contro tutti i reati a sfondo sessuale. L’importanza di tale legge, oltre che per l’interesse storico e sociale, riguarda la necessità di implementare interventi rivolti ai sex offender che mirino a misure legislative e di altro tipo necessarie per sostenere programmi di trattamento per prevenire la recidiva, in particolare per i reati di natura sessuale. La raccomandazione, suggerisce la valutazione della pericolosità sociale in questo genere di autori di reato, in cui la possibilità di recidiva è molto alta, sia per interessi specifici nei confronti della vittima, sia per il comportamento parafilico che, come evidenzia il DSM, potrebbe slatentizzare in un disturbo psichiatrico più complesso. Da qui, l’esigenza di intervenire durante la fase di esecuzione della pena, come viene indicato sia dall’Ordinamento penitenziario, sia dal Regolamento di esecuzione (DPR 230/2000).

L’art. 1 della Lg 354/75 afferma che “Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individuazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti.” Per effettuare un trattamento rieducativo che miri all’individualizzazione e ai personali bisogni della personalità di ciascun detenuto viene predisposta l’osservazione scientifica della personalità per rilevare “l’accertamento dei bisogni di ciascun soggetto, connessi alle eventuali carenze fisico-psichiche, affettive, educative e sociali, che sono state di pregiudizio all’instaurazione di una normale vita di relazione[2]. In particolare, nei confronti delle persone condannate per reati sessuali (art. 600 bis, 600 ter, 609 bis ecc) se commessi a danno di minorenne, possono sottoporsi a un trattamento psicologico con finalità di recupero e di sostegno. Tale trattamento è valutato ai sensi dell’art. 4 bis – comma 1  quinquiens, ai fini della concessione dei permessi premio e delle misure alternative alla detenzione che in caso contrario non sono applicabili.

Attualmente, è stata posta una grande attenzione da parte dell’amministrazione penitenziaria al trattamento dei sex offender, sia su indicazioni di legge, sia sull’importanza sociale e morale che riveste il fenomeno. Gli autori di reati sessuali solitamente vengono allocati nelle cd sezioni Protetti, con la motivazione di tutelare la loro incolumità. Tuttavia, i sex offender, risultano molto isolati, in quanto non è consentito loro di svolgere alcuna attività trattamentale se non nel contesto della sezione e quindi senza scambi con gli altri soggetti. Questi condannati, sebbene per legge, dovrebbero ricevere sostegno psicologico per rielaborare le loro pulsioni e vissuti, rischiano di essere fra tutti, quelli più esclusi, sia dalle attività previste durante il trattamento, sia dall’impossibilità per gli esperti ex art. 80 di poterli seguire in modo continuato e approfondito, rimanendo di fatto soli ed “ibernati” in attesa del fine pena che spesso, risveglia più feroci di prima le pulsioni assopite. Come psicologo, mi sono ritrovata a dover effettuare colloqui con autori e vittime di reato di maltrattamenti familiari. La difficoltà più grande con gli autori di questo tipo di reato alla quale ho dovuto far fronte è quella di rendere consapevole il detenuto di fronte alla gravità dell’atto compiuto. Spesso, i detenuti scontano pene per reati commessi anche dieci anni prima e il valore tempo rende l’emozione del reato fredda e sterile. Spesso sembra che il comportamento sia slegato dal loro essere, dalla loro responsabilità, tale per cui, risulta difficile riunire l’atto, condannato freddamente, dall’aspetto emotivo del vissuto del detenuto e della sua possibilità di comprendere e pensare alla vittima. Mi sono accorta, infatti, che spesso, il racconto del reato è freddo, sterile, senza coloritura emotiva, senza interesse empatico della vittima. L’unica emozione esperita è la soddisfazione immediata del bisogno di richiesta del permesso premio o della possibilità della liberazione anticipata che segna lo scandire di un tempo sempre uguale e fermo al presente, senza possibilità né di revisione critica del passato né di progettualità futura. Il nostro lavoro, sebbene scarso di tempo e di spazio, dovrebbe essere incentrato sulla comprensione dell’uomo dietro l’atto che si condanna e per il quale è giusto che paghi. Un recupero della sfera empatica e della colpa che permetta al reo di pensare alla vittima come essere umano e non come oggetto sessuale da usare, possedere, umiliare e distruggere.


[1] DSM 5 pag. 48

[2] Art. 27 DPR290/2000

Pubblicato da psicoleonardi

Appassionata di relazioni e di storie, di musica, arte e criminologia. Lavoro intervenendo su tutto l'arco della vita: dal bambino all'anziano secondo un approccio sistemico - relazionale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

D.ssa Cristina Leonardi Psicologa Psicoterapeuta

Studio di psicologia per il benessere e la cura delle relazioni della famiglia e della coppia

Evaporata

Non voglio sognare, voglio dormire.

Cristina Leonardi Psicologa Psicoterapeuta

Psicologia per il benessere della famiglia e della coppia

AISPAC

ASSOCIAZIONE ITALIANA STUDIO PREVENZIONE ANALISI CRIMINI

CriminalMente

criminologia e scienze forensi

Psicologia Psicosomatica

Rivista Online (ISSN 2239-6136)

la libraia

le recensioni di Emanuela (da novembre 2016)

SenzaCamice

La psicologia...vissuta dal libero professionista! - di Ada Moscarella

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: