Adolescenti, isolati o iperconnessi?

In questi giorni la tecnologia ci ha “salvato la vita”. In questo periodo di fermo e distanziamento sociale non sarebbe stato possibile continuare a lavorare, studiare, pagare le bollette, senza un computer accanto.  Attraverso i social siamo riusciti a mantenere i rapporti con gli amici e i parenti li abbiamo “assistiti” attraverso le videochiamate che molti di noi, hanno iniziato ad utilizzare come unica forma di comunicazione verso il mondo esterno. Per noi adulti o poco più, la tecnologia è stata una scoperta piacevole, alcune volte curiosamente invasiva, ma ci siamo abituati a destreggiarci in un mondo dove, sebbene vengano ancora prediletti i rapporti vis a vis, internet ci è stato utile. Ma i nostri ragazzi, che oggi ci guardano con curiosità destreggiarci con app e cybor mondi, come hanno vissuto questa quarantena? Per molti di loro la tecnologia e il vivere le relazioni nell’etere è un fatto quotidiano. Gli appuntamenti che per noi erano in piazzetta per loro sono sempre stati su facebook, instagram, twitter, youtube. In un attimo connessi a milioni di informazioni, visualizzazioni e persone con cui potenzialmente entrare in contatto. In un attimo, le relazioni fuori, quelle dove ci si deve guardare negli occhi e spesso sentirsi impacciati, diventano obsolete, per alcuni troppo estreme. E’ meglio dietro uno schermo, dove posso modificare una foto e sembrare ciò che voglio, raccontare una storia per come vorrei che fosse e non per come è veramente; posso sentirmi un eroe e non dover subire le ripicche e i commenti di compagni più bravi, più belli, più cool. Oppure posso sentirmi vittima e carnefice. Dietro lo schermo siamo tutti potenzialmente vittime e potenzialmente carnefici dei nostri desideri e passioni. Di un modo di relazionale disfunzionale, in cui in un attimo diventiamo leoni da tastiera quando fuori siamo semplici agnellini. Ma dietro lo schermo e questa forma affascinatamente subdola di dipendenza, emerge un fenomeno che dal Giappone, sta diventando frequente anche in Italia: l’Hikikomori.

in giapponese hikikomori significa “stare in disparte”e si riferisce a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi ad anni), rinchiudendosi nella propria abitazione, senza alcun tipo di contatto con l’esterno. E’ un fenomeno che riguarda soprattutto i giovani fra i 14 e i 30 anni che sviluppano un vero disagio di adattamento sociale. Le cause possono essere diverse e multifattoriali:

  • Caratteriali: gli hikikomori sono ragazzi intelligenti ma molto sensibili ed inibiti socialmente. hanno difficoltà ad instaurare relazioni stabile e durature e spesso sono vittime di bullismo;
  • Familiari: i genitori faticano a relazionarsi al figlio, spesso per difficoltà personali del loro modo di entrare in relazione e di attaccamento, per cui il figlio rifiuta qualunque forma di aiuto;
  • Scolastiche: l’ambiente scolastico viene vissuto come minaccioso e negativo. il rifiuto scolastico diventa un campanello d’allarme anche per una possibile storia di bullismo;
  • sociali: gli hikikomori sviluppano una visione negativa della realtà e della società per cui l’isolamento diventa l’unico meccanismo di difesa contro le pressioni di realizzazione sociale.

Se i vostri ragazzi, in questo periodo di quarantena ed isolamento forzato, hanno mostrato dei comportamenti riconducibili a questo fenomeno, parlatene in famiglia, perchè spesso, il ritiro sociale è l’unico modo che l’adolescente possiede per far sentire la sua voce.

Pubblicato da psicoleonardi

Appassionata di relazioni e di storie, di musica, arte e criminologia. Lavoro intervenendo su tutto l'arco della vita: dal bambino all'anziano secondo un approccio sistemico - relazionale.

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