Implicazioni sociali e psicologiche da Covid 19

Da più di un mese abbiamo sperimentato, nostro malgrado, l’isolamento e il distanziamento sociale, l’obbligo di rimanere chiusi in casa, per rispondere a un dictat morale più grande che fa leva sui nostri bisogni più arcaici di sicurezza. La piramide motivazionale di Maslow è stata vertiginosamente ribaltata, riscoprendoci fragili, impauriti, ansiosi per qualcosa che non si conosce e soprattutto, in attesa. Viviamo un tempo sospeso, una sorta di limbo dantesco dove non sappiamo quando e come ne usciremo. Siamo passati dall’attivare strategie di ottusa aderenza alle regole, , risvegliati, nei primi giorni di quarantena dalle note dell’Inno nazionale, riesumato in occasioni diverse dai mondiali di calcio, alla condivisione di hastang e bandiere fuori sui balconi, illudendoci che sarebbe passato in fretta, questo strano, momento in cui abbiamo messo la nostra vita frenetica in pausa.

Invece, oggi, a distanza di quasi 50 giorni di “detenzione volontaria domiciliare”, ci ritroviamo più confusi di prima, più impauriti per una fase due non ancora totalmente chiara, forse in parte assuefatti ed abituati a vite monotone e rinchiuse, sicuramente più incerti rispetto al futuro. Abbiamo sperimentato che il pensiero magico del #iorestoacasa o #andràtuttobene, non modifica magicamente le condizioni rispetto al contagio, ai morti, ai ricoveri. La gente continua ad ammalarsi, a lottare e in certi casi a morire, lasciando congiunti a fare i conti con un lutto imprevisto e repentino con il quale dovranno fare i conti prima o poi. Perchè quello di cui nessuno parla è l’ emergenza psicologica post quarantena, qualcuno direbbe post trauma, che ci stiamo apprestando a vivere. In questi giorni di quarantena abbiamo assistito a un aumento, prevedibile, delle chiamate ai centri antiviolenza e ai maltrattamenti in famiglia. Mentre eravamo impegnati a seguire tutorial di cucina per diventare i nuovi Masterchef casalinghi, tante donne hanno dovuto fare i conti con uomini violenti più del solito, frustrate da convivenze forzate dove sono state messe ancor più del solito sotto chiave, in un momento storico che esige controllo. Accanto a loro, tanti minori, spettatori involontari di violenze, prevaricazioni e maltrattamenti, in situazioni familiari dove la casa non diventa il luogo protetto e confortevole, ma il bastione delle torture, dove si aspetta e si spera di sopravvivere. E ancora, quanti anziani soli, impossibilitati ad uscire, impoveriti e deprivati dall’affetto di figli, nipoti lontani, impossibilitati anche di fronte a una tecnologia che non è per tutti. Dobbiamo, quindi, ricominciare da loro, da chi è più fragile, da chi ha perso il lavoro, da chi ce l’ha ancora ma non sà più come svolgerlo al meglio, da chi è esausto dalle troppe regole e da questa schizofrenia di informazioni che vieta di guardare con chiarezza al futuro. Dovremmo ripartire dal personale sanitario, esposto in prima persona allo stress da “eroe”; da chi ha lavorato con responsabilità continuando la routine di tutti i giorni, ma che non si aspettava di essere investito da tanta responsabilità. Perchè anche essere responsabili può diventare un peso, un carico emotivo difficile da esprimere. Dovremmo ripartire da una società nuova, fare i conti con il distanziamento sociale, con le distanze, con nuovi modi di relazionarci e con una mascherina per difenderci, ma anche per nascondere agli altri i pensieri e le emozioni che ci terrorizzano. E, infine, dovremmo ripartire dalla speranza, per poter mettere in atto nuove competenze e risorse che possono aiutarci a non farci sopraffare dalla paura, dalle emozioni negative, dal fascino maligno del pessimismo e della depressione, affinchè il distanziamento sociale non diventi anche distanziamento emotivo.

Pubblicato da psicoleonardi

Appassionata di relazioni e di storie, di musica, arte e criminologia. Lavoro intervenendo su tutto l'arco della vita: dal bambino all'anziano secondo un approccio sistemico - relazionale.

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